martedì 31 luglio 2012

Aleppo è come Bengasi


Al momento delle scuse, quando tutti si mettono lì, in fila, ad ammettere che non avevano capito niente, la crisi siriana è ben più complessa e umanitariamente devastante di quella libica e noi non abbiamo un piano, una strategia, una tattica, niente, non abbiamo niente – in questo momento è comparsa la signora Joan Juliet Buck. Il nome non vi dirà niente, ma quel che ha fatto sì: è l’autrice dell’intervista glamour alla signora Assad comparsa su Vogue, quella in cui c’erano le foto della famigliola felice a Damasco che soffia le candeline su una torta bianca a forma di due, una mamma e un papà, con i piccoli attorno, nulla di più. Quell’intervista, uscita nel 2010, è il simbolo di tutto ciò che non è stato capito della Siria, e oggi che la giornalista terrorizzata dalle accuse e da un evidente senso di colpa racconta su Newsweek come sono andate le cose, i dettagli fanno ancora più paura: la figlia degli Assad che guarda “Alice nel paese delle meraviglie” sull’iMac della mamma, i vetri dappertutto, una casa di vetri, l’ostentazione della trasparenza quando invece Asma adora i segreti, s’è sposata in segreto, la data del matrimonio è un segreto, tutto è asettico, volutamente asettico, il dittatore di Damasco spiega di aver fatto l’ottico “perché non ci sono emergenze e non c’è tanto sangue”.
Oggi ogni cosa suona sinistra, ma soltanto due anni fa ci piaceva credere che Assad fosse sì un dittatore, ma non così feroce, non così becero, non così incontrollabile. Asma inaugurava mostre in giro per il mondo e noi pensavamo a quanto fosse elegante e luminosa, il simbolo di una Siria che non si piegherà all’oscurantismo degli amici iraniani. E’ lo stordimento per il brusco risveglio che oggi ci rende così indecisi, così impotenti? Forse sì. Almeno si spiega perché con la Libia, unico paese della primavera araba in cui c’è stato un intervento multilaterale contro il regime, siamo stati così rapidi e svelti e sicuri e uniti. Gheddafi era impresentabile, vizioso, imbroglione, feroce e, nel marzo del 2011, anche particolarmente furioso perché i mai domati nemici di Bengasi avevano deciso di approfittare del momento della rivolta di tutta la regione per prendersi Tripoli. La caccia a Gheddafi è stata voluta da tutti, nessuna piazza pacifista s’è riempita, perché se non vuoi ribaltare il regime di un colonnello di quella fattispecie allora puoi anche toglierti dalla bocca la parola “umanitario”. Tutto il mondo è diventato un immenso (e bombarolo, ma non diteglielo) Café de Flore, internazionale e disinibito, camicia slacciata e capelli brizzolati, pronto alla difesa dei popoli oppressi.
Ora che Aleppo è la nuova Bengasi, e prima c’è stata Homs e prima ancora Deraa e in mezzo tante altre cittadine assediate e poi annichilite dalle forze di Assad, ora il Café de Flore è vuoto. Tutti pensano che si debba intervenire, che diciannove mesi di repressione siano troppi, ma ci sono tanti distinguo (e i russi che, fregati una volta, non ci stanno più). Fidarsi dei ribelli? Non si può, sono infiltrati da qaidisti, sono centinaia di gruppetti diversi, senza un leader, come si fa? I sauditi, disperati, stanno portando avanti la candidatura a leader dei ribelli di Manaf Tlass, il disertore più famoso di Siria: viene da una delle famiglie sunnite più famose del paese, che da sempre sostiene la famiglia Assad. Manaf è stato il migliore amico di Bashar ora anche lui s’è pentito, è scappato e con quella sua bellezza bernardhenrilevyana rilascia interviste (tutte gestite rigorosamente da Riad, dove sta Manaf) di voler unire tutta l’opposizione al regime. Fidarsi del migliore amico del dittatore? Sono i ribelli che storcono il naso, e assumono un signore del calibro di Lynton Crosby (180 mila sterline il compenso) per rifarsi l’immagine. Crosby ha reso fighi persino i conservatori inglesi, ce la farà anche con i ribelli siriani. Così saremo costretti a scegliere con chi stare, lo stordimento dovrà svanire. Dovremo governare almeno il regime change quando questo arriverà, perché arriverà, e se a quel punto il Café de Flore si riempirà, dateci almeno qualcuno esperto in ricostruzione e in transizioni, qualcuno che non abbia lavorato in Libia, perché un’altra guerra civile non ce la possiamo proprio permettere.

Nessun commento:

Posta un commento